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da Le ipotesi del dott. Brando di Maurizio Corrado




Il dott. Brando in Amazzonia

Dopo una grande ricerca sul tempo, troviamo il dott. Brando in Amazzonia, sul fiume, sta cercando qualcosa: un gruppo di uomini, forse sette, che secondo suoi studi e intuizioni, dovrebbe vivere nascosto accanto al Rio delle Amazzoni.
Brando cerca. Di giorno naviga lungo il grande fiume sulla zattera quadrata che si è costruito, nella breve sera equatoriale si ferma, tira in acqua come àncora il grosso sasso che ha raccolto alla partenza e la corda non si srotola mai tanto prima di toccare il fondale. La notte il dottor Brando sta lì, in mezzo al Rio delle Amazzoni a leggere l'Artusi a luce di luna. E ad ascoltare la foresta. Gli indios dicono: Dio è grande, ma la foresta lo è di più.

Una sera, cadendo in acqua mentre un grosso animale gli si avvicina, capisce di essere un pensiero nella testa di qualcun altro. Che tutto il mondo é un pensiero di qualcuno, uno di quelli che sta cercando. E' ammirato. Un’immensa opera d'arte, la più grande a memoria d'uomo. Tutte le tessere si ricollegano, l'artista del 7000 a.c. di cui aveva riscoperto e interpretato le tracce, quei piccoli particolari che incontrava ormai in tutte le discipline di cui si era occupato, dall'ottica alla paleontologia. Sincronie, assonanze, ritmi e tutti gli altri indizi che aveva raccolto fino al completo formarsi di quell’idea, proprio mentre entrava in acqua urlando, la spiegazione che andava inseguendo da anni, così semplice a formularsi: verso il 7000 a.c. un gruppo di sette persone si trovò in Amazzonia, si disposero in cerchio e ognuno creò il proprio mondo, pensandolo.
La prima cosa che arriva nella mente del dott. Brando è che l'universo, il nostro universo, non è solo, almeno altri sei gli stanno vicino.
L'immagine dei sette universi in equilibrio nel cerchio amazzonico gli si forma chiara di fronte, mentre il coccodrillo spalanca le fauci per inghiottirlo: l'universo mi vuole uccidere perché ho scoperto il suo segreto, pensa, e scarta di lato, infilando il grosso libro che aveva ancora in mano fra le mascelle dell'animale.

Quella stessa notte raggiunge l'accampamento. Lasciato il fiume, si era avviato per un piccolo sentiero, qualche volta aveva usato il coltello per farsi largo nella foresta e dopo una buona ora di cammino era arrivato ad una radura.
Brando si ferma e sposta un ramo, la foresta si apre un poco, sul prato ci sono quattro donne e tre uomini seduti in cerchio con un fuoco al centro.

Se l'ipotesi del dott. Brando è esatta, la realtà è tutta lì. E' quella che lui sta osservando dal suo nascondiglio fra gli alberi: sette persone sedute intorno al fuoco nel mezzo di una foresta. Basta. Fine. Non esiste nient'altro. Il tempo, le città, le strade. Il dott. Brando pensa al pasticcio di patate come lo fa sua moglie. Niente, un pensiero di uno di quei sette. Forse quella moretta coi seni grandi. Un’illusione, una costruzione.
Tutta la storia il progetto di una moretta? I grandi condottieri, le religioni! I tagliolini alla crema di scampi, tutto minuziosamente costruito dalla mente che sorrideva dietro a quegli occhi sicuramente scuri e chiusi. Anche la sua abitudine di aprire di notte la dispensa e al buio prendere la bottiglia d’amaro, il fatto che gli piacesse con una scorza di mandarino, tutto questo l'aveva immaginato lei? La prima volta che aveva visto sua moglie e il fiume e il loro gioco segreto fra gli alberi?

Brando è perplesso. Se interviene nel cerchio e ne modifica l'equilibrio, l'universo, il suo universo, cambierebbe. Sparirebbe, probabilmente. Cosa succederebbe? Catastrofi, terremoti, ponti che crollano, grattacieli in fiamme, telegiornali impazziti. Oppure niente. Puff. Tutto svanito, dissolto, un sogno che non si riesce a ricordare e poi svanisce del tutto. E cosa mangerebbe nel nuovo? Roba cinese? E magari i cinesi neanche ci sarebbero stati. E non è detto che ci sarebbe stato un altro universo, forse il vuoto, e nel vuoto, per essere veramente vuoto, non ci dev'essere niente e nessuno. E quindi neanche lui. Se modificava l'equilibrio, anche lui, il dott. Brando, sarebbe scomparso.

Il dottore appoggia il coltello ad un albero e si mette ad osservare la moretta. Dostoevskij l'aveva scritto lei, meritava comunque rispetto. Si avvicina, vuole vedere se l'universo le assomiglia. Lo spazio, lo spazio profondo, il cosmo, l'ha immaginato nero come i suoi capelli? La terra morbida e tonda come il suo corpo, le montagne, le valli della sua carne, la pelle, le praterie, quelle che il dott. Brando sogna ogni notte, le praterie immense.
Brando guarda la bionda che le sta vicino. Forse immagina un universo biondo, dorato, lucente, un cosmo tutto d'oro, con mari d'oro liquido e praterie scintillanti. Come si fa a passare nell'universo della bionda? Tutto giallo. Immagina una poltiglia dorata in un piatto d'oro e già sente nostalgia della moretta, che non si è mossa, immobile come gli altri. Se lei ha pensato tutto, deve aver pensato anche questo posto, con lei dentro ad occhi chiusi in circolo con gli altri. Comunque sia, Brando si trova in un pensiero, può modificare il pensiero, ma non il reale.

D'altra parte, è tutta un’ipotesi. Solo una sua ipotesi. La realtà probabilmente è la solita: città, strade, tutto. La storia, il tempo, tutto come al solito, e questi sette in cerchio attorno a un fuoco sono solo un gruppo di indios dimenticati da Dio e dagli uomini che lui sta per disturbare.
Se la sua ipotesi risultasse vera, sarebbe comunque inutilizzabile, in un universo inesistente.
Il dott. Brando guarda la moretta, la guarda bene, per l'ultima volta, le curve, la pelle, i capelli, le praterie, gli occhi chiusi. Poi pensa alla crema di scampi, afferra il coltello e piano piano, cercando di non far rumore, riprende il sentiero verso il fiume.

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Amazzonia (dai taccuini del dott. Brando)

1
Discendo il fiume sul battello. E' una specie di galeone spagnolo costruito dagli indios.
Baba mangia cocco sotto il ponte.
Oggi non ho visto molti barracuda sott'acqua, ci dev’essere la balena bianca in giro.

2
Mi sono fatto portare dall'isola di Lamu un granchio enorme, congelato, bloccato in un grosso pezzo di ghiaccio che in barca e bus è arrivato a Mombasa, in aereo a Nairobi e a Brasilia e con un piccolo biplano mi è stato paracadutato pochi minuti fa proprio qui, sul tavolo. È arrivato un grosso blocco di ghiaccio trasparente legato ad una fune, e dentro il granchio, sempre più incazzato, che tenta di venir fuori.

3
Poco più lontano, in una piccola cassetta di rame avvolta in un kanga bianco, ecco il pane che mi ha profumato le sere di Lamu.
Un profumo che là arrivava con quello del mare e con i suoni della mainstreet poco più dentro, che correva fendendo le case.
Nel ghiaccio del granchio ho fatto imprigionare nodi di burro salato da spalmare sulla tostada. Ne prendo uno, rotola sulla piccola croccante superficie bruciata, si scioglie.

4
Il battello si è infilato in un'ansa ed è stato assalito da gruppi di bambini. Una decina, tutti con un piccolo drappo rosso, sembrano i più cattivi. C’è un gruppo coi berretti verdi e due lunghi orecchini d'argento. Tutte le bambine hanno una tunica gialla.

5
Pare che il capitano del battello abbia deciso di accettare l'offerta dei bimbi, per un giorno intero la nave sarà comandata da loro, in cambio, non riveleranno la nostra presenza alle tribù. Così, da stamattina sono sotto la custodia di una dolcissima bambina araba. Il velo giallo le scopre solo gli occhi. Mi ha regalato una conchiglia bianca. Siamo saliti sull'albero maestro, da lì il fiume è più lungo. Il suo velo giallo, seta gonfia di vento. In un soffio l'albero si spezza e ci porta in alto, con la sua enorme vela bianca, vedo i compagni giù, insieme ai bambini, che ci salutano alzando le mani.
Stiamo aggrappati al pennone, il vento non cala e saliamo sempre più in alto, la vela si gonfia completamente. Nella foresta un grande albero, più alto di noi, la punta del pennone sibila e gli si conficca contro, vibrando.

6
In quel momento ho pensato a Lamu, con la casbah islam e la periferia africa, case di fango addosso alle moschee.

7
Alle quattro il muezzin cantava. Uscivo presto, cominciava sommesso il brulichio nelle fenditure fra le case, tutti gli asini dell'isola avevano una croce disegnata sulla schiena, un decoro di pelle scura, poi in un angolo l'incenso, alto, altra dimensione, il brusio, pole pole, si organizzava in voci, mormorii ritmici dai quali si alzava una voce di gola, a narrare a ritmo arabo, di cammello su duna.

8
Sotto il sole Toro.
Il battello si è incagliato in una grossa duna che affiora dall'acqua. Scendiamo a prendere il sole sulla sabbia. Su un lato cresce il grande albero su cui ci siamo conficcati. Siamo rimasti appesi otto giorni, al sole.
E' stato notevole.
Poi, da sotto, delle voci, i nostri, insabbiati poco lontano.

9
Da lassù seguo le mosse delle piccole vele degli indigeni. Una vela rossa il primo giorno, schizzata fuori dalla foresta prende a sud con decisione, per tre giorni, seguita da altre due vele, una blu e una gialla. Mentre guardo la rossa fuggire in avanti, la piccola araba vestita di seta gialla, aggrappata a me con le gambe, mi massaggia le spalle e la schiena. Sono due giorni che sto appeso con le braccia al palo, ormai non mi fa più effetto, anzi, un vento alto mi ha ricoperto la pelle di un sottile strato di sabbia e le mie braccia sono come rami del tronco che si piegano in giù, ad innestarsi nelle spalle e nel busto. La piccola araba mi smeriglia la corteccia passando veloce e tagliente, punta di diamante, un vento sibilla deserto, sciama veloce.

10
Quando il battello finalmente si muove, tutti i bambini applaudono e se ne vanno, in direzioni opposte. L'araba gialla con le altre del gruppo è in una grande canoa davanti a noi, ci precede.

11
Viaggio lento sul fiume.
Viaggiamo a vela, tre grandi tele ruvide color canapa, tabacco, l'acqua di fianco scivola. E dall'acqua escono sottili radici a sostenere un piccolo tronco appuntito che cresce e diventa un fusto di albero quasi enorme adesso, pieno di rami e fronde.
E' l'albero dell'acqua. Dice la leggenda che un inglese, volendo una pineta al centro del proprio lago, innestò un'edera in un pino che divenne rampicante, capace di sostenersi a pelo d'acqua con una ventina di radici. Un seme di Pino d'Acqua rotolò un giorno in un panno di Ela, una piccola indios al servizio del Lord. Ela stava partendo per le sue terre, l'alto Perù, e portò dietro il panno. Mentre risaliva il Rio delle Amazzoni Ela donò il panno in pegno d'amore a un indios della foresta, promettendo di tornare. Quattro anni dopo, quando Ela tornò, nel punto del dono erano cresciuti a migliaia i Pini d'Acqua, moltiplicandosi sulle sponde. Ogni quattro anni fiorivano in alto, come neve rosso rubino appoggiata sulla chioma.

12
Ieri abbiamo attraccato in un piccolo porto in un’insenatura. Sulla banchigia, a un pelo dall'acqua, una torre nera, cassette vuote di Coca Cola e Fanta che durante la notte si era alzata fino a una ventina metri. Da due mesi il battello non passava a ritirarle e dopo una settimana il cubo nero di plastica era già una torre. A qualcuno era venuto in mente di dormirci dentro, di cucinare pesce, di invitarci le ragazze, tutti volevano il loro posto nel Kubuma, che si alzava sempre di più e si modificava, aveva aperture su ogni lato, intorno si organizzavano scale, si aprivano piccoli negozi e bar. Sto scrivendo da uno di questi, vi si beve un distillato dal Pino d'Acqua, una specie di grappa rossa molto forte, con un retrogusto di polpa di granchio.

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