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da Decisioni di Salvatore Jemma



14.

così l’amico guardatore delle cose
e io, restammo a contemplare il nero
d’asfalto e la brina estiva
in quel momento di gloria e sanità
della notte, tra i fuochi dei fari
che dal piazzale stendono nel buio
dove l’alta scala per scappare
dal fuoco, scompare tra la nebbia
si ficca, dove gira la spirale
di metallo, e la luce dei neon
l’avvicina; a noi, la notte cupa
brilla come l’estasi di quelle
macchine, ferme ai posteggi
a pompe di benzina o di gasolio, come
nulla di più bello avrei mai visto;
e dopo, in alto, brillano le luci
di Shell o Total o Q8 ancora
in quel bagliore, nel buio clamore
dell’autostrada, nella luce gialla
come uno che arriva e guarda verso
una vetrina, da quel punto osserva

 19.

Arrivammo di notte, nella notte
d’autostrada, da Reggio per Piacenza
che fa, quando dei fari all’autogrill
sfiorano le macchine, scintilla
l’invisibile notte, sfiora il sonno
ogni bocca; per questo ci fermammo
a mangiare qualcosa, bere un caffé
poi tornammo fuori, e strido acuto
di freni e segni sull’asfalto
e voci d’autoradio, di persone
a Piacenza, che s’avvolge attorno
ognuno e, be’, si porta i proprî pesi
il cuore buio, a notte; ché dilaga
a nord, nel sogno di qualcuno
di gente, o brilla in questo cielo
la picciola stella, ma furiosa e
tutte intonano il rumore
d’aereo, che passa come un grumo
di sputo; riprendemmo strada
rabbrividendo, in ombra, e primavera
cede accogliente, brezza la ripara

 21.

(oh luce!) corona per cui andare;
e sclera la città, nel cuore slega
il cellulare, di stagione in stagione
come a Bologna, quando si ritorna
da piazza Verdi, verso via Petroni
tra figli di puttana e spacciatori
(e questo alle volte e talora altro
se il governo è quello che sappiamo
altro che novo piano); poi si torna
con battito del cuore, lì nel nero
andando, senti cantare sulle ali
fammi volare, amore, tra i gabbiani
in luccicante luna; e stria d’aereo
fila più in fretta, nel suo volo corre
lì dove andiamo, niun si chiede strada
e cammino da fare ⎯ risalimmo ancora
a Piacenza, stringemmo quel che occorre
e giorno non passa che, continuamente
non la ritrovi per il suo chiarore;
poi via, salimmo verso oriente
e (accidenti, niente finisce mai